Viva
testimonianza della storia religiosa, devozionale ed artistica
del Duomo e della città di Orvieto, il Museo dell'Opera
ha origini ottocentesche e, inizialmente, si configura come
una "camera delle meraviglie", un'unica sala deputata
alla raccolta di pitture, sculture, arredi sacri provenienti
soprattutto dalla cattedrale, ai quali si aggiunsero anche donazioni
di privati cittadini e depositi del Comune.
Documenti del 1848 fanno riferimento ad un' esposizione di oggetti
d'arte diversi, accumulati nel corso del tempo nei magazzini
dell'Opera e collocati in una sala del Palazzo della Fabbrica
per impedirne il deterioramento e renderli visibili agli artisti
che venivano ad ammirare il Duomo.
Successivamente (1875) il Camerlengo Francesco Pennacchi manifestò
chiaramente l'intenzione di allestire "un piccolo Museo"
nell'"officio dell'Amministrazione" per la conservazione
delle opere già esistenti presso la Fabbriceria e di
quelle che lui stesso andava raccogliendo.
Già nel 1879 questa raccolta di
oggetti artistici, l'unica presente ad Orvieto, era divenuta
un importante punto di riferimento per iniziative analoghe;
il Ministero della Pubblica Istruzione, tramite il conte Eugenio
Faina, Ispettore degli Scavi e Monumenti del Circondario di
Orvieto, lasciò in deposito all'Opera del Duomo il materiale
archeologico di proprietà governativa, poiché
un nuovo Museo non poteva che "sorgere come appendice di
quello già esistente [Museo dell'Opera] e per mezzo della
medesima Amministrazione", la quale concesse due locali
al pianterreno del suo stesso Palazzo.
E' sotto la Presidenza dell'Ing. Carlo Franci che s'intensificò,
da parte dell'Ente, la concentrazione di oggetti d'arte reperiti
in territorio orvietano per evitarne la vendita e la dispersione,
e fu aperto al pubblico il Museo Etrusco-Medioevale dell'Opera,
inaugurato il 9 giugno 1882 con ben 1156 presenze. |
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Dal semplice accumulo e conservazione
si passò così ad un'esposizione dei pezzi destinata
ad una fruizione più ampia e quindi ad un "primitivo"
allestimento, nell'ambito di una vera e propria gestione museale
in cui rientravano operazioni come: fissare la tariffa d'ingresso
(50 centesimi nel 1883, 1 lira dal 1899), rivedere l'inventario
dei pezzi e compilare indici illustrativi (come quello del Prof.
D. Cardella, 1887-8), bibliografie e cataloghi del Museo (da
ricordare quello curato dallo stesso Presidente C. Franci e
dall'Ing. Paolo Zampi nel 1900 e quello del Prof. F. Gamurrini,
1903).
A partire al 1897 la crescente esigenza
di spazio dovuta al continuo incremento del materiale, fece
pensare ad un trasferimento delle collezioni dal Palazzo
dell'Opera al grande salone al piano superiore del Palazzo
Soliano. Nella piena affermazione del revival gotico ad Orvieto,
questo edificio, che l'Ing. Paolo Zampi andava allora restaurando,
avrebbe rappresentato "l'apoteosi del Medioevo orvietano"
(L. Riccetti) e la sede più idonea ad ospitare non solo
gli oggetti artistici del "vecchio" Museo, ma anche
tutte le opere cinque-secentesche
che erano state, in quegli anni, rimosse dall'interno del Duomo.
Nel nuovo allestimento le grandi pale d'altare manieriste furono
collocate nella zona superiore delle pareti del salone, mentre
le ricche collezioni artistiche dell'Opera furono sistemate
all'interno di armadi, mantendo distinte le diverse categorie
di oggetti: quelli di Arte Etrusca, quelli di Arte Medievale
e del Rinascimento; il pianoterra del palazzo, dal 1903, ospitò
quelle opere, divise anch'esse per sezioni, che fino ad allora
erano rimaste nei magazzini.
Dopo la separazione del materiale archeologico,
conservato da metà '900 all'ultimo piano del Palazzo
dell'Opera, il grande salone espositivo non subì grandi
variazioni fino al 1989 (anno di chiusura), continuando ad offrire,
come nella collocazione ottocentesca, una "percezione a
colpo d'occhio, una visione sincronica di sei secoli di produzione
artistica" (L. Riccetti). |
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